GODS OF METAL: DAY TWO @ Stadio Brianteo, Monza - 28 Giugno 2009
A cura di Redazione Benzoworld
Il nostro secondo giorno di Gods Of Metal parte con il robusto show messo in piedi dagli americani Static-X (per cause di forza maggiore abbiamo perso l'ottimo attacco dei The Black Dahlia Murder). Compatti e precisi, i quattro losangelini hanno optato per una scaletta particolarmente "in-your-face", durante la quale non sono mancati un paio di estratti dal recentissimo 'Cult Of Static', oltre ovviamente a piccoli classici del calibro di 'I'm With Stupid', 'Dirthouse' e 'Push It'. Unico neo: l'assenza in scaletta di 'The Only' e 'So', gemme che hanno reso immortale, almeno ai miei occhi, il sottovalutatissimo 'Shadow Zone'. Sarà per un'altra volta. Magari quando Wayne Static e soci torneranno in Italia, preferibilmente con un tour tutto loro. (Viking)
Musica difficile quella dei Cynic, soprattutto in un contesto come quello di un Gods che li vede accostati, nel giro di pochi minuti, ai monolitici Static-X e alla furia senza controllo dei Napalm Death. Poco male, anche perché Paul Masvidal e soci ce l'hanno messa davvero tutta, riuscendo a riproporre on-stage tutte le finezze melodiche e ritmiche che da sempre caratterizzano l'inimitabile concept musicale dei nostri. Il caldo opprimente non ha fatto sicuramente il gioco dei Cynic, ma il pubblico ha risposto comunque bene, a maggior ragione quando a salire in cattedra sono stati i brani provenienti dal seminale 'Focus'. Ancora bentornati. (Viking)
Partono male i Napalm Death, colpiti da uno dei pochi passaggi a vuoto che i suoni del Gods hanno avuto in questo weekend (incredibile a dirsi, lo so). La band di Birmingham, ignara di tutto ciò, è andata avanti per la sua strada, annichilendo tutti i presenti con un'energia a dir poco incontenibile, da sempre marchio di fabbrica Mark Greenway e compagni. Nel frattempo l'impianto audio torna a regime e i Napalm sciorinano, tra gli altri, capolavori grind/death come 'Scum', lasciando, dopo 40 terremotanti minuti, la chiusura al classico dei Dead Kennedys 'Nazi Punks Fuck Off' e a 'Siege Of Power'. (Viking)
Finalmente dopo la lunga attesa in seguito all’annullamento dei Saxon, sul palco R ci sono i Mastodon! La band americana si presenta sul palco del Gods of Metal dopo le esibizioni di Milano e Roma a supporto dei Metallica. La performance dei Mastodon è più che positiva: Troy Sanders e Brent Hinds si alternano alla voce molto bene e Bill Kelliher alla chitarra sfodera degli ottimi riff di chitarra, infine Brann Dailor dietro le pelli non è affatto da meno. In generale la prova è assolutamente buona: lo show inizia con 'Oblivion' e a seguire i nostri alternano pezzi più o meno recenti, senza dimenticare ovviamente la magnifica 'Blood & Thunder'! Il sound è ottimo e soprattutto pulito, senza sbavature: i fan presenti, così come Corey Taylor, hanno apprezzato molto lo show della band di Atlanta che ha ricevuto giustamente i meritati applausi. Peccato che il tempo a disposizione dei Mastodon non fosse tanto, ma comunque ottimo show! (Eddie)
Accoglienza calorosa per Tarja Turunen, pronta a raccogliere quanto seminato anche in ottica solista. Grazie ad una band fuori dall'ordinario (al "fedele" Terrana, si aggiungono Kiko Loureiro degli Angra, Doug Wimbish dei Living Colour e l'ex-Apocalyptica Max Lilja) e ad un'ottima resa live, l'ex singer dei Nightwish si è guadagnato l'appoggio di una buona fetta di pubblico, per niente condizionata dal contesto estremamente metallico. Questo nonostante una 'Poison' da denuncia per oltraggio alla storia del rock e qualche passaggio a vuoto, soprattutto quando tocca ai pezzi meno brillanti di 'My Winter Storm'. Le cose vanno decisamente meglio con 'Wishmaster' e 'Nemo', parti di un passato ancora ingombrante, dal quale la signora Turunen sembra intenzionata a non separarsi. Giustamente, visti i risultati. (Viking)
Il festival continua senza sosta e dopo l’esibizione di Tarja si ritorna sul palco R con i Down di Phil Anselmo. Certamente non sono i Pantera e non ci assomigliano per niente, ma l’attesa per vedere ancora una volta l’ex-vocalist dei Pantera è altissima: Phil Anselmo è sempre Phil Anselmo! Infatti fin da subito i fan più accaniti si scatenano sotto il palco urlando a gran voce :<<Anselmo! Anselmo!>>, Phil riceve i complimenti e ringrazia il pubblico come da copione. Come le altre band, anche i Down cominciano in perfetto orario e sulle note di 'Hail The Leaf' si da inizio al concerto. L’esibizione della band è più che buona: Pepper e Kirk alle chitarre suonano ottimamente senza sbagliare un colpo, lo stesso discorso vale anche per l’intramontabile Rex e Jimmy Bower dietro le pelli si da fare; comunque la star del concerto rimane sempre lui, Phil. Anche questa volta canta benissimo e soprattutto dirige lo show magistralmente come solo lui sa fare: innanzitutto per i nostalgici dei Pantera si presenta pettinato come ai tempi di Cowboys From Hell, poi bisogna sottolineare che come al solito coinvolge il pubblico, si diverte dimostrando di essere anche un burlone e il momento migliore è quando invita a salire sul palco Fratello Metallo. La setlist non è male, per l’occasione sono state scelte tracks prese un po’ da tutti e tre i dischi senza concentrarsi soltanto su un titolo, dove però vengono tralasciati però pezzi di maggior risalto come 'On March The Saints' e 'Three Suns And One Star'. In conclusione, i Down hanno fatto un’altra bella esibizione: senza esagerare hanno fatto il loro spettacolo molto semplice, di sostanza e in particolare molto divertente. Complimenti! (Eddie)
Promossi a pieni voti anche i Blind Guardian, da sempre amatissimi dal pubblico italiano. I bardi irrompono sul palco sulle note di 'A Time Stand Still': è da ammirare in primis l'inedito capello corto di Hansi, così come l'ottima vena di tutta la band. Dato per scontato l'incredibile impatto delle due chitarre (André è ancora un gran bel sentire), sono rimasto particolarmente impressionato dal piglio di Frederik Ehmke, sempre più a suo agio nel ruolo che fu di Thomen, e dalla prova di Hansi Kürsch, decisamente al di sopra dei suoi recenti standard. Buona nel complesso la scaletta, considerato il buon intreccio di pezzi nuovi (sui quali spicca l'inedito videoulico 'Sacred') e di pezzi che invece mancano dalle scene da un bel po' ('Bright Eyes' su tutti). Dal super-classico 'Imaginations From The Other Side' trova spazio la sola title-track (apriti cielo!), mentre la chiusura spetta alle solite note 'The bard's Song' e 'Mirror', immancabile picco emotivo di uno show convincente su tutta la linea. Alla faccia dei soliti detrattori. (Viking)
"We are Carcass, we do not play progressive-rock". L'humor tipicamente britannico di Jeff Walker fa da preludio all'ottima prestazione dei suoi Carcass, che si ripresentano sul palco del Gods ad un solo anno dalla messianica apparizione del 2008. Per gli alfieri del melodic-death è l'ennesimo trionfo annunciato: sulle note di un album-simbolo come 'Heartwork', il trio Amott/Owen/Steer, ben coadiuvato dal sempre più chirurgico Daniel Erlandsson, sciorina una serie di pezzi immortali come niente fosse. Da 'Heartwork', oltre alla title-track (posta in chiusura) e a 'No Love Lost', compaiono schegge impazzite che rispondono al nome di 'Buried Dreams', 'Carnal Forge', 'This Mortal Coil' e 'Death Certificate', sull'onda di un rifferama robusto ed intricato, come da miglior tradizione Carcass-iana. Walker gracchia tutto il suo odio sulle note di brani più o meno datati, da 'Reek Of Putrefaction' a 'Keep On Rotting', passando per 'Incarnated Solvent Abuse' ed 'Exhume To Consume', questo senza lesinare una frecciatina ai Motley Crue, rei di aver "suonato" (si fa per dire) dopo i monumentali Heaven & Hell, la sera precedente. C'è pure spazio per un saluto allo sfortunato Ken Owen, autore di un breve assolo di batteria, poco prima dei degli applausi finali che celebrano il trionfo dei Carcass su un Gods of Metal che deve ancora sparare un paio di cartucce davvero pesantissime. (Viking)
Il calar della sera e dei primi frescori annunciano la salita sul palco dei Dream Theater, i Signori del metal progressivo. Freschi di nuovo album, decisamente un passo avanti rispetto agli ultimi ‘Octavarium’ e ‘Systematic Chaos’, i Theater si palesano al pubblico italiano così come i libri (più che altro le webzine) ce li raccontano: impeccabili, praticamente perfetti, sontuosi nella realizzazione di un repertorio coinvolgente e complesso. Qualcuno potrebbe raccontare addirittura di aver visto una band migliore di quello che ci si aspettava, e che ha saputo mettere a tacere anche le voci di freddezza e distacco che l’elevato valore tecnico sembra imporre. LaBrie e soci hanno tenuto il palco alla grande, sotto un’esplosione pirotecnica di giochi luminosi. ‘In The Presence Of Enemies’, pezzo recente, apre la scaletta; poi i Theater miscelano pezzi più datati ad altri meno classici con sapienza, ottenendo un mix comunque gradito alla folla del Brianteo: un estratto dal nuovo full length (‘A Rite Of Passage’), uno dal debole ‘Falling In To Infinity’ (‘Hollow Years’) e ‘Costant Motion’ (ancora da ‘Systematic..’) sono i pezzi di minor impatto storico.. Poi, però, i Theater salgono alla carica con ben 3 canzoni tratte da ‘Awake’: ‘Caught In A Web’, ‘Erotomania’ e ‘Voices’. Cresce l’enfasi e la partecipazione del pubblico, mentre LaBrie e la sua voce incredibile duellano con la tecnica inarrivabile di Myung, Petrucci e dell’instancabile Portnoy, asso dietro le pelli. Il finale è da pelle d’oca: basta ‘Pull Me Under’ a far tremare i polsi. Un brano amatissimo e sempre d’impatto notevole. La conclusione è affidata alla canzone delle canzoni, per i DT: ‘Metropolis’, con le sue mirabolanti evoluzioni, i cambi di tempo, le atmosfere, gli assoli, le lunghissime parti strumentali, i funambolismi più folli. Esiste anche qualche demente che, al passaggio di Fratello Metallo sotto la tribuna, si perde il pezzo per farsi fotografare insieme alla macchietta col saio, meritandosi la palma di idiota della giornata. I Theater salutano alla grande, probabilmente da numeri uno nel giorno due di questo Gods Of Metal. (The Thrasher)
Siamo ormai giunti alla fine del festival e l’onore di chiudere questa edizione spetta agli Slipknot. Dopo la bella esibizione di Novembre al PalaSharp di Milano, la band americana torna a calcare il palco del Gods of Metal a nove anni di distanza, ma questa volta come headliner. Lo show inizia in perfetto orario e con l’intro '742617000027' la band americana si presenta sul palco ricevendo immediatamente un’ovazione da parte del pubblico: il concerto inizia subito col botto con il trio di songs composto da '(Sic)', 'Eyeless' e 'Wait And Bleed' e sotto il palco c’è subito il delirio totale! Per l’occasione viene scelta una scaletta molto varia e simile a quella di Novembre dove però viene inserito il nuovo singolo 'Sulfur'. Inoltre vengono tolte 'The Heretic Anthem' e 'Pulse Of The Maggots' per dar spazio a 'Get This' e 'Left Behind'; insomma un’ottima scaletta dove certamente non poteva mancare la splendida 'Before I Forget', probabilmente uno dei pezzi migliori degli Slipknot, che dal vivo fa sempre la sua porca figura così come 'The Blister Exists' e 'Psychosocial'; infine per chiudere in bellezza ci si affida al bis 'Surfacing' e 'Spit It Out', durante il quale Joey si è esibito ancora una volta nel suo show con la batteria ruotante e Corey ha invitato tutti ad inginocchiarsi per poi esplodere in un salto generale. Anche questa volta gli Slipknot hanno suonato veramente bene, coinvolgendo il pubblico e facendo casino come sanno fare solo loro: oltre a cantare benissimo per tutto il concerto, Corey ha dimostrato ancora una volta di essere un ottimo showman e il suo modo di dirigere lo spettacolo è stato assolutamente magnifico. Certamente anche gli altri hanno fatto ottimamente la propria parte: Jim e Mick alle chitarre hanno sfoderato dei riff di chitarra potenti e precisi facendo continuamente headbanging, Paul col basso ha suonato molto bene e Joey dietro le pelli ha dimostrato ancora una volta di essere un ottimo drummer martellando senza sosta fin dall’inizio; non dimentichiamo Craig e Sid che, anche se ricoprono ruoli di minor rilievo, hanno fatto comunque il loro piccolo show; infine non si possono dimenticare Chris e Shawn: oltre a fare molto bene la parte dei percussionisti e la seconda voce, intrattengono il pubblico con il loro show personale. Assolutamente fantastico vedere Shawn suonare i barili di birra con la mazza da baseball! In conclusione, gli Slipknot hanno fatto veramente un ottimo show che non ha certamente deluso le aspettative dei fan, perciò attendiamo con ansia il ritorno della band americana nel nostro paese. All Hope Is Gone! (Eddie)
Setlist: 742617000027 / (Sic) / Eyeless / Wait And Bleed / Get This / Before I Forget / Sulfur / The Blister Exists / Dead Memories / Left Behind / Disasterpiece / Psychosocial / Duality / People = Shit / Surfacing / Spit It Out















