ROCK IN IDRO: DAY ONE @ Milano, Palasharp - 13 Giugno 2009
A cura di Davide Merli
Giunge alla terza edizione il Rock In Idro anche se, a discapito del nome, la manifestazione è si è svolta al Palasharp di Milano e non all’Idroscalo per problemi legati alle autorizzazioni da parte della Provincia di Milano che gestisce il parco nei pressi di Linate. Se ne è parlato tanto in questi giorni di questo cambio di location, che ha comportato un vero e proprio bagno di sudore per i presenti soprattutto nella giornata di domenica, ma mi piacerebbe andare oltre a queste polemiche e parlare dei fatti: Hub concerti ha fatto il massimo per salvare il festival, cercando in tutti i modi di rendere ospitale un palazzetto privo di aria condizionata mediante l’installazione di varie pale per il ricircolo dell’aria e la locazione di tutti gli stand, doccie e zone ristoro all’aperto. Purtroppo un impianto di aria condizionata non si può fare cadere dal cielo in venti giorni in un edificio che non è neppure di tua proprietà, quindi personalmente ho apprezzato molto lo sforzo di Hub di rendere il più vivibile possibile il festival, che comunque ha ripagato pienamente ogni goccia di sudore emanata a causa del caldo. D'altronde sarebbe stato molto più dannoso sia per Hub che per il pubblico la soluzione di annullare il festival rock più bello di questa estate in Italia…
Arrivo al Palasharp quando i The Subways hanno già iniziato. Per quel che ho visto la prestazione del terzetto inglese è stata molto buona ed energica. Il concertosi è chiuso sulle note di 'Rock ‘n’ Roll Queen' cantata da tutti i presenti. Li aspettiamo da headliner in qualche piccolo club.
Decisamente convincenti anche i The Gaslight Anthem autori di una prestazione notevole che ha coinvolto tutti i presenti. Il loro vintage rock graffia come pochi ed il successo riscontrato dal disco 'The ’59 sound' è strameritato per la classe e la bravura con cui Brian Fallon e soci sono riusciti a creare un suono veramente polveroso ma rivisto in chiave moderna. Tra i migliori pezzi suonati nel corso del concerto spiccano senza dubbio una 'Even Cowgirls Get The Blues' dalle radici blues, 'The ’59 Sound' e la conclusiva 'The Backseat' che stilisticamente ricorda tanto l’ultimo Bruce Springsteen. Ma d’altro canto il Boss li adora questi ragazzi… e credo che da oggi qualche altra persona in più li amerà anche in Italia.
Cambio di palco veloce ed è subito il turno degli All American Rejects, formazione che con il nuovo 'When The World Comes Down' ha confermato tutto quel che di buono era stato detto dopo il precedente 'Move Along'. La band si dimostra subito in forma e padrona della platea, con il frontman Tyson Ritter che sembra più esuberante del solito ma ciò non intaccherà minimamente la sua prova canora. Nei quaranta minuti di show la band suona una decina di pezzi tra i quali i successi 'Dirty Little Secret', 'Move Along', 'Gives You Hell' che in questi anni in America hanno letteralmente spopolato su ogni radio e in molte colonne sonore dei film. Il pubblico apprezza molto la prestazione della band che si dimostra comunque precisa ed energica nel riproporre un repertorio di brani un po' fuori contesto rispetto alla tendenza della giornata. Bravi, e speriamo che non ci mettano altri quattro anni per fare un nuovo disco e per tornare in Europa.
E ora veniamo alla band più acclamata dell'intera giornata, ovvero gli statunitensi di origine irlandese Flogging Molly. La band, approfittando di avere come headliner i padri stessi del irish/folk-punk, mettono in piedi uno show veramente coinvolgente che crea un vero e proprio macello in quasi tutta la platea che dalle prime note di 'Paddy’s Lament' in poi non smetterà un secondo di cantare, ballare, pogare e fare stage diving. La band si dimostra abilissima nello sfruttare una platea entusiasta e coinvolta e il cantante/chitarrista Dave King appare palesemente contento e sorpreso per tutto il calore mostratogli dal pubblico italiano. Scorrono le varie 'Drunken Lullabies' 'Seven Deadly Sins' 'Whats Left Of The Flag' con la stessa faciltà con cui scorre il whiskey e molti altri alcolici nelle vene dei presenti che non smettono un secondo di cantare le canzoni e di sventolare la bandiera dell'Irlanda. A conti fatti è stato lo show più seguito di tutta la giornata, dove i Flogging Molly hanno saputo sfruttare in maniera perfetta il fatto di giocare praticamente in casa.
Altra calorosa accoglienza viene riservata ai prezzemolini Gogol Bordello, band che volente o nolente ti capita di vederla dal vivo almeno una volta all'anno. Poco male comunque, perché i concerti di Hugene Hutz e ciurma si trasformano sempre in una festa gitana, dove la gente balla e canta a più non posso. Certo, la band potrebbe anche ogni tanto variare un po' il repertorio visto che brani seppur ottimi come 'Not A Crime', 'Start Wearing Purple' e 'Wonderlust king' vengono eseguiti oramai ad ogni concerto da parecchi anni oramai. Nota di merito va paradossalmente al violinista Sergey Ryabtsev che, nonostante sia davvero pessimo come corista e modesto al violino, riesce a coinvolgere la platea con le sue danze sulle parti più accellerate. Per chi li aveva già visti questo è stato il solito divertente concerto dei Gogol Bordello, per tutti gli altri un ottima prima volta nel folle mondo di Eugine Hutz. Detto questo, è ora di scrivere nuovo materiale per rinnovare un po' la setlist.
Prima dicevamo che i vincitori della giornata sono stati i Flogging Molly, ma la band che ha saputo emozionare di più sono stati senza ogni dubbio i Social Distortion. Mike Ness è invecchiato, ma le canzoni della band di Orange County sono immortali e trasudano di tristezza e di dolore come poche. La scaletta è un concentrato di hit senza tempo come 'Ring Of Fire', 'Ball And Chain' e 'Bad Luck', tutte riproposte in maniera perfetta e fedele all'originale. Grande prova dietro alle pelli di Atom Willard che, dopo aver prestato le sue abilità ad Offspring e Angels And Airwaves, ora aggiunge il suo tocco inconfondibile anche alla sezione ritmica dei Social. Il pubblico reagisce in maniera entusiasta ai vari classici della band e mostra anche il suo apprezzamento per l'inedito 'Still Alive' che farà parte dell'attesissimo nuovo disco della band che non ha ancora una data di uscita. Il concerto si chiude dopo un ora esatta sulle note della celeberrima 'Story Of My Life' che viene cantata da tutti i presenti in un Palasharp in cui la temperatura si sta notevolmente alzando. A tutti gli altri che hanno approfittato dell'esibizione dei Social Distortion per mangiare e riposarsi al di fuori del palazzetto posso solamente dire che vi siete persi il miglior concerto della serata di una band che da trent'anni porta fieramente in giro la bandiera del punk rock. In ogni caso potrete rimediare l'anno prossimo, quando la band tornerà in Italia in qualche club.
La band perdente in quanto a responso del pubblico sono stati senza dubbio i Babyshambles: Pete Doherty e soci, nonostante una prestazione più che buona, non riescono ad attirare l'attenzione dei non fedelissimi che lasciano senza troppi rimorsi il palazzetto per cenare nell'area esterna della location. Poco male comunque perché il quartetto british se ne frega e mette in piedi uno spettacolo di tutto rispetto più incentrato sull'esordio 'Down In Albion' che sul più recente 'Shotter's Nation': vengono eseguite le varie 'Killamangiro', 'Delivery' e 'Fuck Forever' che fanno la gioia di tutti i fans rimasti dentro nell'arena. Pete Doherty appare anche decisamente sobrio e questo giova non poco alla prestazione esecutiva dei pezzi che risulta precisa e fedele all'originale. Una prestazione positiva quindi, penalizzata però dallo scarso responso della folla.
Giunti alla fine della giornata ci troviamo di fronte un gruppo decisamente atipico per gli standard italiani, ovvero i The Pogues capitanati dallo storico singer Shane MacGovan. Per le statistiche si tratta dell'unico show europeo dei The Pogues fuori dalla Regno Unito di questo 2009 e ciò ha comportato che parecchi fans accorressero al Palasharp da ogni parte dell'Europa. Impressione è stata infatti che fossero più i fans stranieri a sentire l'importanza dello show di stasera che comunque ha avuto un ottimo responso da tutti i presenti. Il rock folk della band Irlandese è più festaiolo che mai e la quantità di birra ingerita dai presenti è oramai talmente elevata che il concerto si trasforma in una vera e propria festa a base di balli, pogo e cori fin dalle prime note di 'If I Should Fall From Grace With God'. MacGovan appare in forma e ubriaco al punto giusto per non sfatare la sua fama di personaggio tanto eclettico quanto dannato. Il resto della band appare decisamente invecchiato, anche se lo spirito che emerge è ancora quello dei ragazzini festaioli di un tempo. Il concerto si chiude come da tradizione sulle note di 'Fiesta' che pone il sigillo ad un esibizione molto sentita che non ha sicuramente deluso le aspettative. Sarà dura rivedere la band in Italia, quindi chi non c'era può tranquillamente mangiarsi le mani per aver perso un concerto pià unico che raro. Viva l'Irlanda e lunga vita ai The Pogues!















