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ZESS |
70 |
| ET IN ARCADIA EGO | ||
| BLACK WIDOW RECORDS | ||
| 2003 |
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TSiamo nel 1987, il Doom e' un genere in pieno sviluppo e si formano numerosissime band attratte dalla musica e dai temi trattati da questo genere spettrale e decadente. Mercy La Morgue (ora noto cantante dei "Malombra" e dei "Il segno del comando"), assieme all'amico bassista Diego Banchero, decide di fondare la "sua" band Doom, gli Zess. Ispirati tanto dai Death SS quanto dai Black Sabbath, gli Zess compiono un loro percorso all'interno del genere iniziando a scrivere brani propri e con una breve serie di concerti. Non passa molto tempo, pero', prima che il gruppo si sciolga e il duo Mercy/Banchero si dedichi ad altri progetti. Nel 2003, pero', l'etichetta genovese "Black widow" decide di rimettere mano ai nastri originali, tratti per lo piu' da concerti, degli Zess, e quindi pubblicare il loro primo album, all'epoca registrato ma mai pubblicato. Nasce cosi' "Et in arcadia ego", un disco che gia' dal titolo (sul cui significato si sono sprecate diverse ipotesi che non staro' qui a riproporre) evoca atmosfere misteriose e oscure. Benche' i nastri originali siano stati rimasterizzati la qualita' del suono e' decisamente mediocre. Le due chitarre (una nel canale destro ed una nel sinistro) hanno dei suoni abbastanza ben definiti, anche se piuttosto privi di profondita', mentre la batteria e la voce sono relegati inesorabilmente in secondo piano. Il basso e' spesso pressoche' inudibile. Essendo la fonte originale un 8 piste di vent'anni fa, la cosa non deve stupire. La maggior parte dei brani, come gia' detto, risale a session live-in-studio, ma sono anche presenti alcune sovraincisioni effettuate all'epoca. Il disco si apre con una "intro" di quasi due minuti, una specie di raccolta di suoni naturali e rumori evocativi. Se l'obiettivo e' quello di incuriosire l'ascoltatore esso e' senz'altro raggiunto. Peccato pero' che questa traccia, in quanto registrata evidentemente in maniera diversa, abbia una qualita' sonora ed anche un volume d'uscita decisamente piu' alto rispetto al resto del disco, e finisca quindi per penalizzarlo. Il secondo brano e' "a forest mass" ed e' ben indicativo dello stile del gruppo. Tutta la canzone e' basata su un riff marcato di chitarra che viene presentato in apertura del pezzo. Arriva quindi la strofa, momento nel quale Mercy ha modo di esibire il suo modo di cantare, abbastanza personale anche se non originalissimo, basato su frequenze alte "a' la Ozzy Osbourne". Da segnalare l'ottimo lavoro (non solo qui, ma in tutte le tracce) dei due chitarristi. Lord Rithven (canale destro) sicuramente piu' tecnico e veloce negli assoli, Dr. Polidori (canale sinistro) meno veloce ma piu' "blues" (passatemi il termine). Entrambi sono decisamente in gamba nel cimentarsi in incastri, riff e assoli un-po'-per-ciascuno. Il disco prosegue con "black arcadia", altro brano in stile, caratterizzato per l'appunto da un doppio assolo di chitarra. Una menzione va al batterista che, seppur non precisissimo, si sforza spesso di eseguire dei passaggi che non siano ovvi e scontati, soprattutto durante gli assoli, pur cercando di mantenere un "tiro" adeguato ai pezzi. Revenants of war, la canzone successiva, ricorda molto da vicino i Black Sabbath, soprattutto nell'uso delle chitarre. Un brano che alterna momenti piu' e meno pesanti, ma sempre con ottima coesione; forse il miglior pezzo del disco. Gli susseguono "In mithra's den" e "Bodysnatchers", caratterizzata da un'intro di chitarra con il wah-wah e organo (sintetizzato) su un tema di tamburi che fa pensare agli schiavi romani nelle galee. Dopo un paio di minuti c'e' uno stacco ed il pezzo si velocizza, lasciando spazio ad un bell' assolo di chitarra che riporta al ritornello. Peccato solo per il finale, sfumato, che spreca un po' la tensione che si era andata a creare nei minuti precedenti... "Stramonium expecience", il pezzo successivo, e' un brano anomalo. Si tratta infatti di una canzone nel tipico stile della band e sarebbe, di per se', senza infamia e senza lode, se non fosse caratterizzato da due bellissimi assoli. Il primo, di chitarra, rievoca atmosfere quasi psichedeliche, tanto piu' che anche la batteria effettua delle variazioni sul tema. Il secondo assolo invece e' nientemeno che del bassista, il quale finalmente si ritaglia un posto all'interno del disco con un solo di una manciata di secondi, ma ricco di buon gusto e lirismo. Siamo quasi alla fine dell'album. Il penultimo brano, "Shameless", e' caratterizzato da un ritornello particolarmente azzeccato ma per il resto non raggiunge alti livelli. Curioso, invece, il finale con "requiem for the human beast", un brano che alterna momenti molto diversi fra loro ma tutti azzeccati, con riff che colpiscono l'ascoltatore e variano abbastanza, evitando di appesantire oltre misura il brano, gia' di per se' lungo la bellezza di 8 minuti. A sei minuti dall'inizio c'e' anche spazio per un ottimo, come al solito, assolo di chitarra, il quale presenta dei cori in sottofondo che ricordano certi suoni dei mellotron dei primi '70... Anche qui pero' purtroppo il finale sfuma mentre ci si aspettava forse una conclusione "in pompa magna". "Et in arcadia ego" e' un disco che non si puo' valutare con il metro di un album di Doom qualsiasi. Innanzitutto si tratta di un disco "postumo" di quindici anni, e pertanto non va attualizzato ne' abbandonato, ma letto come un documento del suo tempo. Gli Zess, come specifica lo stesso Mercy in una recente intervista, erano un progetto ambizioso ma composto da musicisti pressoche' privi di esperienza. Si trattava quindi di un "investimento a lungo termine". Il gruppo sapeva che la strada sarebbe stata ancora lunga, prima di poter approdare ai lidi della notorieta' o anche solo prima di poter "dire la propria" in ambito almeno italiano. Non solo, pero'. Mercy accenna in modo ben poco velato ad un "boicottaggio" contro il gruppo, il quale a quanto pare dava fastidio a qualcuno. Appare in effetti strano che una band, una volta registrato un album sotto lo sguardo di una casa discografica, venga dalla stessa accantonata all'improvviso prima della firma del contratto. Ad ogni modo ora, con il ritorno in auge del Doom e del dark sound in generale, la Black Widow ha rimesso mano ai vecchi nastri ed ha, come dicevo, edito questo disco che altrimenti sarebbe stato per sempre sepolto sotto le sabbie dell'industria discografica. Non bisogna pero' pensare di trovarsi davanti ad una "bibbia" del genere. La qualita' di registrazione e l'esperienza degli strumentisti penalizzano, e molto, la fruizione di questo disco, che pertanto mi sento di consigliare solo a collezionisti o amanti convinti del genere. |
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